Bruce Bauman (quicksilv3r da una foto di Alberto Gianera)
Con il discorso finale di Lorenzo Dellai, che solo grazie alle sue capacità oratorie e a qualche effettiva notizia è riuscito a non sfiancare la platea già affaticata dai quattro giorni di conferenze, si è chiusa la sesta edizione del Festival dell’Economia. Protagonista della serata non è stato il Presidente, che ha già promesso l’invasione del Sud Italia e del resto del mondo con altre anteprime del Festival (proposito a prima vista strampalato e dispersivo, ma forse invece fecondo, bisognerà ragionarci meglio), bensì l’arzillo ottantaseienne Zygmunt Bauman, sociologo polacco tra i più influenti pensatori e interpreti del nostro tempo. Nonostante fosse intervenuto a Trento già nel 2006, l’attesa per Bauman era tanta, come testimoniato dagli scaffali delle librerie invasi dalle copertine gialle (gli Economici Laterza) di molti suoi libri; ma era numeroso anche il pubblico che ha affollato l’Auditorium Santa Chiara (e le piazze Fiera e Duomo davanti ai maxischermi) accogliendo e interrompendo l’ospite con numerosi applausi.
“L’Italia deve crescere… non cresce abbastanza… la Germania cresce di più…” è il leit motiv del discorso economico nel nostro paese. Bauman ha ribaltato tale presupposto: crescere ancora, consumare più risorse, è dannoso, anzi catastrofico. E così, passando dall’economia planetaria a quella individuale, ha mostrato l’invadenza della logica consumistica, responsabile della mercificazione della moralità. Un meccanismo che pervade le reti sociali e innerva i rapporti umani: non abbiamo tempo da dedicare ai nostri cari, soffochiamo i sensi di colpa con regali costosi, di modo che il motore del moderno consumismo non è più la soddisfazione dei propri bisogni, bensì un’ansiosa tensione verso famiglia e comunità. Creando un circolo vizioso: più spendiamo più dobbiamo lavorare, meno tempo abbiamo, deterioriamo i nostri rapporti umani e sociali, cerchiamo di riparare con regali e status symbol.
Dai grandi nomi, seppur non premi Nobel, ci si aspetta tanto. Eppure Bauman non ha detto nulla di nuovo, spaziando tra un iniziale riferimento all’insostenibilità del modello produttivo contemporaneo e un superficiale accenno alle “amicizie” nei social network (“possono essere loro gli amici su cui contare nel momento del bisogno?” si chiede). La pur invidiabile forma del vispo nonnetto con la pipa e l’intatta capacità di sintetizzare concetti complessi con formule efficaci, come “mercificazione della moralità” o il classico “modernità liquida”, non bastano tuttavia a nascondere un certo affanno nell’interpretazione degli attuali cambiamenti: quella stessa incalzante modernità che ha ampiamente descritto nel corso degli anni, potrebbe oggi superarlo?

Sintetizzando: la solita vagonata di cazzate. (Absitis iniuria verbis, è solo per essere chiari)
L’uomo mi è anche molto simpatico. Ma le cose dette risultavano già sentite, questo sì.
Scusate, ma stiamo parlando della sociologia in generale o di Bauman nello specifico?
La “sociologia in generale” non ho avuto ancora modo di ascoltarla ad una conferenza.
“Non abbiamo tempo da dedicare ai nostri cari, soffochiamo i sensi di colpa con regali costosi”…..dov’è la novità? E’ questa la verità? Non è il mio caso, ma è da quando andavo a scuola con le braghe corte che sento dire queste frasi. E i regali costosi li fa e se li fa chi è ricco. Con tutto il rispetto per l’ottuagenario Bauman, da lui non ho sentito nulla di nuovo o forse le aspettative erano diverse…..buona notte.
Davvero bello il titolo! non l’avevo capito fino a quando ho aperto la pagina ed ho visto la foto con la maschera!!
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Andrea, ti faccio i miei complimenti anzitutto per l’originalità del titolo, una pensata così non era semplice; e in secondo luogo perché hai fatto una critica pungente, a dispetto di tutte le mitizzazioni che di alcuni personaggi vengono fatte… Finalmente persone dotate di senso critico
A proposito di Bauman, al solo sentir fare certi discorsi mi cascano le braccia…
Sarà che non ho più vent’anni, o sarà che l’uomo rende molto meglio nella narrazzione organica dei suoi libri, ma per me è sempre valido. D’accordo nulla di nuovo sotto il sole : teoria della decrescita, stop al pil e pronti via con il fic ( felicità intrinseca collettiva) sono terorie ormai inflazionate, ma provate a leggere il suo libro “Vite che non possiamo permetterci”.
Per chi ha “vissuto” come me le sue teorie forniscono risposte, forse utopiche, può essere, ma sono un’ottimo manifesto politico, al quale a mio avviso l’umanità deve far riferimento.
Ed è quello che dovremo fare se non vogliamo cannibalizzare quel che resta di noi.
“le sue teorie forniscono risposte, forse utopiche, può essere, ma sono un’ottimo manifesto politico”
Posso chiedere a titolo di esempio qualche “punto” di questo manifesto? Sarà che la mia generazione ha più di vent’anni, ma ho qualche difficoltà ad immaginarmeli.
Errata corrige: tra “ha” e “più” ho dimenticato un “poco”.
Riflessioni dal festival dell’Economia: Zygmunt Bauman e la commercializzazione della moralità
Bauman non si considera, né ottimista, né pessimista, attraverso la storia del dissidente cecoslovacco Vaclav Havel ci ricorda le armi che possiamo usare per cambiare il mondo: il coraggio, la tenacia e la speranza. Sono qualità umane che ritiene molto normali e comuni e che spesso non vengono utilizzate. Tra gli ottimisti e i pessimisti c’è una terza categoria, che è quella dell’uomo che spera e anche dalla lectio di Trento Bauman sembra appartenere a quest’ultima.
http://stsviluppoblog.wordpress.com/2011/10/07/zygmunt-bauman-e-la-commercializzazione-della-moralita/
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