Siamo destinati ad assomigliarci sempre più, nei consumi e nello stile di vita; quando ci saremo mescolati per bene, anche nell’aspetto esteriore. Ma qualche caratteristica nazionale resiste ancora. Ad esempio, la dimensione del dramma, della trasgressione tormentata, sembra estranea al costume italiano. Da secoli.Alle tragedie di Racine, di Shakespeare, di Goethe, contrapponemmo il sorriso di Goldoni; e quando decidemmo di occuparci di vicende cruente, le stravolgemmo inventando il melodramma. A Byron, Poe, Baudelaire, Lautréamont, Rimbaud, ai “maledetti” della Beat Generation, fino a Bukovsky, rispondiamo con le arlecchinate di D’Annunzio e dei futuristi. Al massimo, con Dino Campana. Oppure dobbiamo tornare indietro di secoli: a Cecco Angiolieri, Cellini, Caravaggio.
Oggi il terreno di confronto è la musica e qui il divario fra rock star trasgressive estere e canzonettisti nazionali sembra allargarsi. Meglio così, ovviamente: è un bene che da noi i cantautori siano meno propensi a rovinarsi la vita e a crepar giovani. Non ci viene in mente, per fortuna, nessun italiano paragonabile, quanto a sregolatezza, ai vari Edith Piaf, Brian Jones, Janis Joplin, Jimmy Hendrix,. Jim Morrison, Kurt Cobain, Amy Winehouse… Quello che più si avvicina a quel modello è forse il povero Luigi Tenco, con la sua scontrosa timidezza e il suicidio finale; peccato quel biglietto d’addio che lamentava la sua esclusione dalla finale di Sanremo a vantaggio di Orietta Berti.
A fare il maledetto ci ha provato in tempi recenti Marco Castoldi, in arte Morgan; poi, fra smentite, partecipazioni a “X Factor” e lamentazioni varie, ha fallito anche lui. Ma il candidato perfetto sembrò fin dagli esordi Vasco Rossi, con la sua vita e le sue canzoni, a cominciare dalla splendida “Siamo solo noi”, che fu adottata da una generazione di aspiranti trasgressori “senza più santi né eroi”. Col tempo, però, il nostro si è gradatamente ammorbidito, fino ad oggi, con le cronache agostane piene dei suoi bollettini medici , il documentario sulla sua vita con la testimonianza della tata, i “clippini” pressoché quotidiani su Facebook, i battibecchi con Ligabue, il suo sito in cui si proclama l’unica rockstar italiana e smentisce una love story con Barbara D’Urso. E con i suoi fans sempre più simili ai “sorcini” di Renato Zero. Non più “maledetto” dunque – ottima cosa per la sua salute – ma forse ha esagerato. Continuo a preferire musicisti come il compianto De André e i viventi De Gregori e Guccini: preferisco, oltre alle loro canzoni, il fatto che non mettano in piazza tutte le loro faccende. Ma questa è una scelta soggettiva. E comunque, lunga vita a Vasco Rossi.

26 agosto 2011


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