“La Lega Nord è il partito più vecchio del Parlamento italiano”, ripetono ossessivamente i commentatori politici a contorno delle vicende che hanno scosso la politica italiana. Ma più che evocare la solennità del momento, la frase dà uno spaccato dell’attuale quadro politico, dove un partito dichiaratamente secessionista è quello che siede da più tempo nel Parlamento della Repubblica.

Non perdere l'occasione di essere sia padano sia cool con questa novissima cover in legno inciso per il tuo iPhone! Ce l'ha anche il nostro (nuovo) caro leader, che ha dichiarato: "costa solo 30 euri, ma se ci fosse ancora la lira di sicuro costerebbe meno".
Qui però non ci interessa tanto capire la successione degli eventi che ha portato il partito più radicato al nord a dividersi in gruppi dai nomi ridicoli, come “Barbari sognanti” o “Cerchio magico”, quanto piuttosto esplorare come la Lega Nord stia cambiando le tecniche comunicative con cui presentarsi al suo elettorato e all’intero paese in questo delicato momento.
La storia della Lega Nord inizia nel 1989, quando i vari movimenti regionali del nord Italia si uniscono in un’unica federazione (poi partito) con intenti secessionisti. Agli albori il partito era composto da molte anime (popoli, dicevano loro), ma sotto la spregiudicata guida di Umberto Bossi, si è attuata una delle più grandi sintesi della politica italiana. La coesione e l’unità che la Lega Nord ha mostrato in questi ultimi vent’anni ha suscitato invidia tra i vari Ds, DC, PdL o Pd, sempre alle prese con problemi interni e panni sporchi lavati alla luce del sole e delle telecamere.
Questo clima serenissimo sembra essere svanito negli ultimi mesi con la malcelata crisi interna Bossi vs Maroni, culminata con le dimissioni di Umberto e figlio e l’apparente vittoria dell’ex Ministro dell’Interno. E pare che sia proprio il successo di Maroni ad aver aperto la strada ai nuovi esponenti leghisti che da qualche giorno vediamo con insistenza in tv, per radio e sui giornali: dal sindaco di Varese Attilio Fontana (attenzione, se su Google come primo risultato compare “attilio fontana gay” NON è quel Fontana), all’europarlamentare Speroni, dal trentinissimo Divina al presidente Zaia, sono numerosi gli esponenti di quel territorio di cui la Lega si è vantata per anni e che oggi espone come fossero briscole tenute in serbo per l’ultima, decisiva mano.

Una caricatura impietosa e molto elaborata di Flavio Tosi. Quasi irriconoscibile. Clicca sulla foto per vedere com'era l'immagine originale.
Lo stesso Tosi è un esempio emblematico della delicatezza di questa fase per gli equilibri interni del partito. La sua recente esposizione mediatica deve molto proprio al tentativo di smarcarsi dalle posizioni della nomenklatura leghista fino a pochi mesi fa al governo. Certo, è facile leggere anche l’affaire Tosi come un campo di battaglia del conflitto più profondo Bossi – Maroni (il sindaco di Verona è un fedelissimo di Maroni, nonché l’esatta figura che la mia immaginazione fa corrispondere alla definizione di uomo ormai maturo che a tarda notte cerca disperatamente video di rapporti necrofili sui quali masturbarsi), ma come abbiamo visto nella pacata festa dell’orgoglio padano, le letture semplicistiche non si addicono affatto a questo partito. Non si tratta infatti di una mera lotta tra elites, ma di un più ampio scontro tra diverse concezioni del partito. La Lega Nord dei Calderoli, dei Castelli, dei Bricolo, dei Reguzzoni sembra essere stata rimpiazzata da quella più dinamica, belloccia, pragmatica dei consiglieri comunali, dei sindaci, dei presidenti di regione, che non scontano (almeno per ora) le colpe di essere stati troppo vicini a Roma e a Bossi invece che al mitico territorio. E se come noi avete seguito la diretta di Mentana con popcorn, birra e rutto libero, non vi sarete sorpresi a vedere Zaia, Salvini, Speroni o Fontana, facce certo conosciute, ma non familiari come il rassicurante Calderoli, che invece si stagliava cupo mentre tutt’intorno i militanti sventolavano scope di saggina.
Ricordiamo ancora con affetto quei momenti deliziosi, come le serene vacanze al mare da bambino, ormai sbiadite ma sempre tenere nei ricordi, in cui Bossi poteva sbraitare insulti a mezza bocca (la parte destra) contro i giornalisti “che si inventavano divisioni inesistenti e altre balle”, e questi ultimi erano accolti con diti medi e vaffanculi.
Bei tempi, quelli. Ora, però, tra un “ho sbagliato a portare i figli in politica, li dovevo mandare a studiare all’estero per salvarli” e un fantastico “mia moglie insegna a scuola, non fa le messe nere”, la storiella della stampa di regime che perseguita il Carroccio per dividerlo e poi colpire, non regge proprio più.
E fa troppo, troppo Berlusconi.


mi piacerebbe, la prossima volta, una bella carrellata di tutti coloro che hanno usato il termine “persecuzione mediatica”.
Solidarietà a Enzo Iacchetti che è stato trascinato in mezzo a questa torbida vicenda senza avere alcuna responsabilità penale nè tantomeno politica. Forza Enzone!