Saranno stati qualche centinaio, arrivati da Padova, Venezia, Bolzano e Vicenza per unirsi alle rivendicazioni dei loro omologhi trentini, in piazza mercoledì 20 per la giornata mondiale del rifugiato. Tutti loro, in realtà, arrivavano da ben più lontano: Somalia, Chad, Camerun, Benin e molti altri luoghi. In mezzo, una lunga sosta in Libia dove la maggior parte si era stabilita, casa e lavoro, senza intenzione di proseguire. Tutto questo fino alla guerra a Gheddafi dell’anno scorso, cui anche l’Italia, nonostante l’intensa cooperazione col dittatore sull’immigrazione, aveva partecipato. Una guerra che li ha fatti partire nuovamente, barconi sul Mediterraneo e direzione Lampedusa. Loro sono stati fortunati perché a Lampedusa ci sono arrivati vivi, per poi essere smistati in giro per l’Italia. All’epoca, il loro arrivo aveva fatto notizia molto più di quanto non abbiano fatto le loro rivendicazioni. Da quel momento è iniziato il loro limbo: venivano da un paese in guerra del quale non erano cittadini, per cui niente permesso umanitario. Avevano però diritto alla richiesta di asilo politico. Peccato che questa abbia dei tempi burocratici eterni: dopo più di un anno, sono ancora incerti sul loro futuro. Nel frattempo, niente documenti e quindi niente ricerca di lavoro, niente contributo alla società dove vivono.
In Trentino la solidarietà si è fatta sentire. Sono partite numerose iniziative di integrazione sfruttando la fantasia degli organizzatori, come nel caso dell’ orto sociale di San Bartolameo. Ma di certo, essere oggetto del tempo libero solidale dei trentini non è come potersi inserire socialmente ed economicamente in un contesto territoriale. Per questo, i richiedenti asilo ed alcuni italiani si sono riuniti in un’assemblea per poter portare avanti le loro richieste in forma organizzata. E’ stato grazie a questa esperienza che si è arrivati al corteo del 20. Tanta musica e atmosfera festosa, in perfetto stile africano. Ma anche rivendicazioni. Soprattutto verso il governo che potrebbe “risolvere questa situazione in mezz’ora, rilasciando un permesso di soggiorno a queste persone che rischiano di affondare nella clandestinità”, si urla dai megafoni. Ma anche verso la Provincia, che li ha accolti ma non fa pressioni sufficienti per aiutarli ad iniziare davvero una vita qua. Richieste che stanno a cuore anche a numerosi trentini, che spuntavano in mezzo al corteo. E che dovrebbero interessare a tutti coloro che preferiscono condividere la loro città con lavoratori inseriti che con persone senza futuro.
