(canzoni preghiere e rimostranze del III millennio)
Un leghista per amico?
Stesso posto, stessa ora. Stesso scopo? Ironia della sorte, alle 5 leghisti e stranieri sono scesi in piazza Dante a Trento per protestare contro gli stranieri che lo scorso fine-settimana hanno causato tafferugli (anche detti “guerriglia urbana”) per spartirsi il territorio dello spaccio. Stanno col banchetto a 150 metri dalla manifestazione organizzata da marocchini, senegalesi, cileni, somali, e italiani, i leghisti, ma non sanno nemmeno che gli stranieri ci sono.
Io vivrò senza teeee
Non è facile scovare i nessi logici nelle frasi dei leghisti, ma sono i primi a cui rivolgo la parola in vita mia, decido di essere paziente: “Lo spaccio della droga a chi è in mano non lo so, perché io non faccio quel lavoro. Non mi sono mai drogato; non ho di questi problemi”, è l’articolato commento del segretario della Lega Nord di Trento. Della droga che girava negli anni ’70 – ’80, (prima dei grandi afflussi di stranieri), Bridi non si ricorda. Comunque – dice – si stava bene, perché c’erano belle ragazze e si suonava la chitarra cantando Battisti.
Stati di agitazione
“Bisognerebbe mettere in piazza le foto segnaletiche degli stranieri per avvertire la popolazione e dirgli che sono gentaglia che gira con pistole, machete, coltelli, sassi, che spaccia, che ha ridotto Trento ad una specie di città del terzo mondo” ha commentato qualcuno su facebook la manifestazione per la legalità organizzata dagli stranieri.
Se Trento è come Beirut, come si dice da giorni, sono rimasti tutti a casa barricati: in piazza c’erano sì e no 100 persone. Passanti, giornalisti e poliziotti inclusi.
Altoparlante alla mano, l’organizzatore della manifestazione Boubacar Camara, senegalese, da 11 anni in Italia, afferma che i 48.000 stranieri in Trentino non sono certo tutti delinquenti. Invocano, anzi, l’applicazione della legge a prescindere da razza e nazionalità. Non vogliono essere scambiati per criminali per il colore della pelle. “Se in italiano esiste la parola ladro, significa che i ladri in Italia esistevano anche prima del nostro arrivo. Vogliamo vivere dignitosamente e rispettabilmente”, tuona Mamadou quando è il suo turno all’altoparlante.
No, dai, siamo seri. Trento non è come Beirut. E non ci sono neanche più i CCCP. Che almeno ci scappava una Trento paranoica.

I leghisti che al solito strumentalizzano i drammi sociali, fanno schifo. E gli immigrati che temono di essere trascinati nel discredito hanno mille e una ragione. Eppure il tema in realtà è complesso (non a caso il Pd, come sottolinea oggi il Trentino, non ha azzardato ancora una posizione). Non siamo infatti di fronte alla problematica ma nota presenza di giovani nordafricani, clandestini, dediti allo spaccio (vedi su QT “I cattivi ragazzi” http://www.questotrentino.it/qt/?aid=13480) che si possono controllare con opportune misure di ordine pubblico. Qui si tratta di rifugiati fuggiti dalla Libia, dove – non tutti sembra, ma la parte egemone – erano mercenari di Gheddafi. In poche parole, gente che, proveniente attraverso mille vicissitudini da oltre il deserto, dal Mali fino all’Etiopia, hanno subito e praticato la violenza, divenuta il loro mestiere. Arrivati qui, e ottenuto il prezioso status giuridico di rifugiati, riunitisi in vasti gruppi purtroppo pensano di mettere a frutto la loro “professionalità”. Insomma, stanno sprecando la possibilità, ardua ma non peregrina, di ricostruirsi un’altra vita.
Che fare? Forse si doveva agire prima, distribuendoli in varie località, ognuno alla ricerca di un’integrazione (peraltro non facile in tempi di crisi). Così come si sono messe le cose invece, il doveroso slancio umanitario dell’accoglienza ai perseguitati si sta trasformando in un boomerang. Io non vedo altra soluzione che la rigida applicazione della legge.
Trento non è come Beirut .ma cosa centra beirut con questi genti ?
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Un giorno un mio amico libanese, che viveva a Londra, passò a trovarmi a Palermo. Gli chiesi di seguirmi con una macchina da restituire a un’amica. Mi seguì, e, mentre parcheggiavo, mi fu al fianco in un attimo, ed entusiasta esclamò: “Wow, is live driving in Beirut”. Era il 1994.
Nel 1992, appena lo Stato mi restituì la libertà, ritirato il congedo da obiettore di coscienza, mi fiondai a Palermo. Mentre facevo i bagagli, per le vacanze, restituivo una cabrio ad un’amica, e mi esplose accanto un autobomba. Era la strage di via d’Amelio, di cui ricorderò sempre il silenzio assordante, durato appena qualche istante, dopo l’esplosione. Ci imbarcammo per Genova, dopo un corteo piuttosto acceso, in cui i cittadini palermitani, riunitisi sotto l’albero Falcone, sotto casa del Giudice, procedettero in corteo verso il Comune di Palermo. Passata la frontiera francese con qualche battuta del cacchio della Gendarmerie, arrivammo al confine con la Spagna all’imbrunire. Il commento della polizia di frontiera, che faceva esibizione di macismo, con la guidatrice, piuttosto avvenente, fu: “Palermo come Beirut, bum, bum, bum…”
Beirut ci perseguitò tutta l’estate, al confine con il Portogallo, a Sud, al rientro, al confine con la Galizia, ostaggio di un posto di blocco nei paesi baschi, spagnoli, e poi nei paesi baschi francesi… Al momento di far rotta sull’Italia deviazione per Monaco, Montecarlo, Mentone, nessuna traccia di battute idiote…