Siccome in Italia con i lavoratori della scuola «ci vuole più bastone che carota», come ha tenuto a precisare il Ministro dell’Istruzione Francesco Profumo, l’orario degli insegnanti di medie e superiori pare destinato a passare dalle attuali 18 ore settimanali a 24. Dal lavoro su tre classi a quello su quattro, tanto per fare un esempio.
Le parole del ministro offrono una chiave di lettura (quella del bastone) punitiva prima che riorganizzativa, quasi che gli insegnanti meritassero una lezione.
E d’altra parte gli operai che fanno 40 e più ore di lavoro in settimana, magari con turni di notte o simili, si faranno grasse risate a leggere delle lamentele diffuse, piovute in queste ore e sciaguratamente riportate (con intenzione) dai giornali, per un passaggio da 18 a 24 ore; anche perché, si sa, gli stipendi delle due categorie sono pressoché confrontabili (pure con quelli di un ingegnere d’industria ai primi impieghi, se è per quello).
Da questo punto di vista sbaglia chi, tra gli insegnanti, parla — con aria mista tra il preoccupato e il ricattatorio — di un passaggio (in peggio) dalla didattica alla mera sorveglianza gendarmesca: 24 ore, anche se di lavoro delicato e faticoso, sono tollerabili e chi sostiene a prescindere il contrario sta probabilmente facendo il gioco di chi brandisce carote e bastoni (e allontanando per giunta da sé l’opinione pubblica, sempre sensibile a polemiche di questo genere).
Il vero problema del passaggio da una cattedra di 18 ore ad una di 24, a parità di ore di scuola, è piuttosto un altro: ovvero l’inevitabile riduzione delle cattedre. Meno assunti, in altre parole. Alla faccia della stabilizzazione dei precari; che oggi nella scuola sono non i ventenni, ma i trenta-quarantenni.
Oltre a lasciare a casa un mucchio di gente, un provvedimento di questo tipo potrebbe poi creare in prospettiva un pericoloso “buco” generazionale, facendo venire a mancare un’intera fascia di lavoratori.
Il passaggio da 18 a 24 ore è in realtà la consueta riforma non-riforma della quale è vittima innocente l’estenuato mondo della scuola: ancora una volta si cambia la forma, con l’ennesima bella sforbiciata sui lavoratori, anziché attuare modifiche strutturali.
Troppo facile riformare così.
Perché mai, piuttosto, il ministero non coglie l’occasione per ripensare costruttivamente al lavoro dell’insegnante? Magari proponendo (giusto per dirne una) 35 ore settimanali: le attuali 18 in classe e le restanti impiegate in formazione, attività di sportello, riunioni interclasse, relazioni con le famiglie degli alunni, programmazione, valutazione delle verifiche. (Ciò che, peraltro, l’insegnate bravo e volenteroso fa già ora, raddoppiando di fatto le ore che passa in cattedra). Parafrasando il vecchio adagio: lavorare bene, lavorare tutti.
Forse, infatti, bisognerebbe ricordare al ministro che in Italia, oggi, non c’è bisogno di bastoni o carote, ma piuttosto di cultura, formazione e — perché no — cultura della formazione. Ripensare e razionalizzare, però, è faticoso: denigrare e tagliare purtroppo no.
Avevo lasciato un commento, non lo vedo. In attesa, un link, per riflettere.
http://www.istruzione.it/alfresco/d/d/workspace/SpacesStore/e99cb059-3763-4ce2-9e8b-9118067de1d1/scheda_patrimoniale_sottosegretario_rossi_doria_aggiornato_23022012.pdf
http://nonvolevofarelaprof.blogautore.espresso.repubblica.it/2012/10/12/lettera-molto-seria-di-una-insegnante-al-ministro-profumo/
Grazie all’autore del post, hai detto delle cose davvero giuste. Spero di vedere presto altri post del genere, intanto mi salvo il blog trai preferiti.
Grazie per il vostro articolo, mi sembra molto utile, prover senzaltro a sperimentare quanto avete indicato c’ solo una cosa di cui vorrei parlare pi approfonditamente, ho scritto una mail al vostro indirizzo al riguardo.